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Riflessioni su “La società dello spettacolo”

Updated: Jun 28, 2023

di Micol Spada e Miranda Paolorosso Di Maio

Biografia essenziale di Guy Debord



Nato a Parigi nel 1932, Debord rimase orfano di padre all’età di soli quattro anni. Durante la sua prima giovinezza visse e studiò a Cannes, per poi fare ritorno nella capitale francese all’età di diciotto anni. A Parigi Debord entrò a stretto contatto con le avanguardie e il surrealismo francese che influenzeranno in maniera determinante il suo pensiero.

Nel 1957 Guy Debord diventa capo dell’Internazionale Lettrista, prendendo il testimone dal fondatore, il poeta rumeno Isidore Isou. L’Idea alla base del lettrismo è quella di non utilizzare le parole, ma unicamente i suoni, le onomatopee e la musicalità ritmica.

Ma la vera innovazione di Debord sarà la fondazione dell’Internazionale Situazionista che si basa su una critica radicale della società capitalistica e dell’industria culturale. Il filosofo francese ricerca gli strumenti per superare l’arte borghese. Il programma dell’Internazionale Situazionista è creare situazioni mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi. Persegue l’ideale dell’Urbanismo Unitario, quello di un nuovo spazio dove l’arte integrale possa finalmente realizzarsi fondendosi con l’architettura.La parola e la pratica dei Situazionisti influenzeranno fortemente il movimento del maggio ’68.

Nel 1957 il filosofo pubblica il suo libro più famoso La società dello spettacolo che denuncia il potere di controllo esercitato dai mezzi di comunicazione di massa e la trasformazione dei lavoratori in consumatori nel sistema economico capitalista.

Tra il 1958 e il 1972 il filosofo si dedicò alla sua passione segreta: il cinema. Realizzò tre lungometraggi che oggi ci consegnano un’opera particolare, di rara grandezza, in cui il cinema si fonde con la filosofia in una composizione malinconica. La riflessione sul mondo dello spettacolo è critica e appassionata e si consolida nel linguaggio cinematografico.

Guy Debord morì suicida, il 30 novembre 1994, sparandosi un colpo di pistola dritto al cuore.


Per capire il pensiero di Guy Debord ne “La società dello spettacolo” è necessario ripassare alcuni concetti marxiani e introdurne alcuni di Debord, che viene ricordato come il Marx del consumismo.



MERCE: prodotto alienato dell’uomo.


VALORE: il valore della merce può essere o d’uso o di scambio, Nell’economia capitalistica si tende a valorizzare il valore di scambio, accentuando sempre di più così la caratteristica di merce piuttosto che la specificità dell’oggetto.


FETICCIO: oggetto materiale inanimato a cui viene attribuito un potere spirituale e religioso.


FETICCIO DELLA MERCE: il carattere di estraneità della merce rispetto all’uomo. La merce viene creata dall’uomo ma non avendo i mezzi di produzione la merce diventa estranea all’uomo e un feticcio da idolatrare.


CAPITALISMO: sistema economico caratterizzato dall’ampia accumulazione di capitale e dalla scissione di proprietà privata e mezzi di produzione dal lavoro, che è ridotto a lavoro salariato, sfruttato per ricavarne profitto.


CONSUMISMO: fenomeno economico e sociale nei paesi industrializzati per cui freneticamente si assecondano gli pseudo-bisogni o i falsi bisogni ovvero quei bisogni indotti da pubblicità o da imitazioni.


SPETTACOLO: non un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra individui, mediato dalle immagini. Le immagini ci portano a consumare sia un determinato prodotto sia raggiungere un certo stile di vita tramite l’emulazione, spesso quindi adattando i nostri consumi a certi standard. Debord sottolinea la pervasività dello spettacolo che porta anche la sua stessa critica a far parte di esso

SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO: nuovo stadio del capitalismo, in cui la merce si evolve in immagine, prolungandone l’alienazione. Lo sviluppo della merce in immagine-merce a uno slittamento all’avere all’apparire.


Il testo di Debord è strutturato in 221 tesi, in forma di aforismi. È un testo complesso perché non lineare, perciò vi proporremo delle riflessioni solo su alcuni aspetti, che riteniamo cruciali.


All’inizio del libro Debord scrive:


“Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”.


Se ci ricordiamo del concetto di spettacolo come un rapporto sociale fra individui mediato da immagini, possiamo dire più semplicemente: noi viviamo costantemente attraverso la rappresentazione della vita attraverso spettacoli o immagini. Questa affermazione ha senso in virtù del fatto che le immagini, come ci consiglia il nome del laboratorio, ci fanno prendere posizione.


“Lo spettacolo è l’affermazione dell’apparenza e di ogni vita umana, cioè sociale, come mera apparenza. Ma lo spettacolo è anche la negazione della vita che è diventata visibile.”


Ma come si ci fosse un’ulteriore scissione: non siamo più solo scissi dal prodotto, ma anche dalla sua rappresentazione. Il prodotto rappresentato è ancora pi lontano dal lavoratore-consumatore (pubblicità).


Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. A questo punto […] il consumo alienato diventa per le masse un dovere supplementare che si aggiunge a quello della produzione alienata”


Debord critica la pervasività degli spettacoli, che essendo espressione del visione dominante, fanno perpetuare le condizioni di sfruttamento in modo sempre più subdolo.

Debord cerca di dirci che noi mentre consumiamo in realtà lavoriamo poiché creiamo ricchezza. Un esempio eclatante possiamo prenderlo dalla nostra quotidianità: noi facciamo fatturare le aziende tramite il nostro navigare sul web, fornendo loro i nostri dati tramite l’algoritmo.





Lo spettacolo crea falsi bisogni, o come li chiama Debord pseudo-bisogni, che portano alla spirale consumistica. I falsi bisogni non si esauriscono mai, perché non provengono da una reale necessità ma da uno stimolo esterno inesauribile.


La creazione dei falsi bisogni avviene tramite i mass media.


Ma come funziona in modo più specifico la spirale consumistica?



Ogni merce lotta per se stessa, non può riconoscere le altre e pretende di imporsi dappertutto come se fosse la sola e realizza così qualcosa di più elevato: il divenir-mondo della merce e il divenir-merce del mondo.

L’uso di quella merce tanto agognata non riesce più a dare soddisfazione, quindi si propagano a grande velocità ondate di entusiasmo per un dato prodotto, sostenuto e rilanciato da tutti i mezzi d’informazione: uno stile d’abbigliamento nasce da un film, una rivista lancia dei club, e li acquistiamo per ostentare la nostra intimità con la merce. Il carattere prestigioso di un prodotto qualunque gli viene soltanto dall’essere stato posto per un attimo al centro della vita sociale, come mistero svelato della finalità della produzione. Nel rimpiazzarsi continuamente con un altro oggetto che si fa latore della giustificazione del sistema è celata l’impostura del soddisfacimento stesso. Ciò che lo spettacolo dà come perpetuo è fondato sul cambiamento.




“Ogni nuova menzogna della pubblicità è la confessione della sua menzogna precedente. Ogni crollo di una figura del potere totalitario rivela la comunità illusoria che l’approvava unanimemente, che era soltanto un aggregato di solitudini senza illusioni” .


Poi Debord parla di come il tempo e lo spazio si siano appiattite nelle società consumistiche e di come la critica alla società dello spettacolo rischi di diventare parte di esso.


Su quest’ultima riflessione si possono vedere come alcune subculture nate ai margini siano diventate strumento della propaganda dominante.


Per esempio si parla di greenwashing quando un’azienda per vendere si appropria di tematiche ambientali che vanno in contraddizione con lo sfruttamento di risorse dell’azienda (si veda il caso ENI). Questa dinamica può essere effettuata anche per altre tematiche, per esempio il femminismo, le questioni di genere, il razzismo o perfino la lotta di classe.


Concludiamo con l’ultima tesi di Debord e con una nostra riflessione:


“Emanciparsi dalle basi materiali della verità capovolta, ecco in che cosa consiste l’autoemancipazione della nostra epoca. Questa missione storica d’instaurare la verità nel mondo, né l’individuo isolato, né la folla atomizzata e sottomessa alle manipolazioni possono compierla, ma ancora e sempre la classe che è in grado di divenire la dissoluzione di tutte le classi riconducendo tutto il potere alla forma disalienante della democrazia realizzata, il Consiglio nel quale la teoria pratica ha il controllo di se stessa e vede la propria azione. Là soltanto dove gli individui sono direttamente legati alla storia universale; là soltanto dove il dialogo si è armato per far vincere le proprie condizioni”


La prospettiva di Debord è marxista e perciò auspica a una liberazione delle masse con la fine delle classi sociali.


Noi, Micol e Miranda, ci siamo domandate come si possa combattere e uscire dalla società dello spettacolo e siamo arrivate alla conclusione che oltre a una rivoluzione culturale e sociale, si possano mettere in atto delle forme di resistenza. Queste forme di resistenza sono i rapporti di prossimità, che siano di dialogo o di conflitto, ma che ci riportino alla vita vissuta e non solo rappresentata.


Diamo inoltre dei consigli di lettura per integrare questa riflessione:


Consumo, dunque sono di Zygmunt Bauman

La società dei consumi di Jean Baudrillard

Il villaggio globale di Marshall McLuhan

Come non fare niente. Resistere all'economia dell’attenzione di Jenny Odell

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