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La crisi greca e l’imbarazzata revisione delle idee economiche

Updated: Jul 2, 2023

Pubblicato nel gennaio del 2019

A dieci anni dalla crisi finanziaria ed economica che ha inaugurato una lunga stagione di sostanziale stagnazione delle economie cosiddette avanzate, la crisi greca ha assunto ormai uno status di caso di studio di tipo didattico/simbolico, perché, pur tenendo conto delle specificità dei vari paesi, nello studio della Grecia si possono identificare, con la chiarezza tipica dei casi estremi, l’intero vortice di errori, distorsioni prospettiche e implicazioni sociali della teoria economica, nonché la furia ideologica e la priorità politiche che vengono messi in gioco nei metodi e nelle istituzioni che regolano l’economia su scala mondiale, e in particolare nel sistema di regole a cui sono sottoposti tutti i paesi dell’eurozona.


La cultura della stabilità

In un certo senso, già nel 2011 si vedeva il valore didascalico del caso greco, quando Mario Monti dichiarava che la Grecia è «la manifestazione più concreta del grande successo dell'euro», il cui merito principale è la diffusione su scala continentale della cultura della stabilità di matrice tedesca. Nei primi anni successivi al credit crunch del 2008, la crisi greca era spesso interpretata come il risultato della mala gestione della cosa pubblica da parte delle autorità nazionali. Si attribuivano i dissesti economici alla forte attitudine alla corruzione delle classi dirigenti nazionali, e si stigmatizzava il loro atteggiamento truffaldino nel distorcere i dati della contabilità nazionale per apparire idonei all’ingresso nella zona euro (ingresso che, peraltro, è stato fortemente voluto e sponsorizzato dalla Germania di Schroeder, non si sa con quanta accondiscendenza nel ritocco dei dati greci). All’euro e alle regole per “entrare nel club” veniva attribuito un valore disciplinante positivo: avrebbero progressivamente sgombrato il campo dalle pratiche opache e dissipative delle classi politiche a capo dei diversi paesi dell’eurozona (specialmente quelle dei paesi del sud Europa), e avrebbero permesso l’ “esportazione”, dalla Germania verso altri paesi, di metodi di gestione della cosa pubblica più responsabili e trasparenti. Non ci sarebbe stato più spazio per le furbate, perché le classi dirigenti, dall’ingresso nell’euro in poi, si sarebbero sottoposte al vaglio dei creditori privati sui mercati internazionali. Con l’eliminazione della possibilità di fare variare il tasso di cambio, con la cessione della sovranità sull’emissione della moneta nazionale e sulla vigilanza del sistema bancario e finanziario, e con l’accettazione dell’assenza di vincoli ai movimenti internazionali dei capitali, i governi sarebbero stati sanzionati dai mercati se avessero deviato dalla gestione delle finanze pubbliche improntata al rigore, quella secondo cui ogni spesa deve avere un’adeguata copertura fiscale, e i governi maggiormente indebitati devono sottoporsi a cure dimagranti credibili per convincere i creditori internazionali ad acquistare i loro titoli del debito pubblico a prezzi ragionevolmente alti (e tassi d’interesse ragionevolmente bassi).

Coerentemente con questo sistema di regole in cui i creditori sui mercati finanziari si fanno arbitri assoluti della gestione nazionale dell’economia, la cultura della stabilità di cui parlava Monti nel 2011, da cui deriva il concetto di sostenibilità dell’economia, fa riferimento a ciò che è stabile e sostenibile dall’esclusiva prospettiva angolare di un creditore che ha un unico interesse: vedere preservato il valore del proprio capitale, possibilmente guadagnandoci qualcosa.


L’ideologia delle riforme e i danni sociali dell’austerità

Venendo all’oggi, il 4 luglio 2018, Moscovici dichiara, che con l'uscita della Grecia dai memorandum che hanno commissariato il paese per otto anni, «le vaste riforme condotte hanno gettato le basi per una ripresa sostenibile». L'aggettivo "sostenibile" fa riferimento, appunto, non a una sostenibilità sociale, non all'economia reale, ma alla ri-acquisizione della capacità, per la Grecia, di collocare i suoi titoli del debito pubblico sui mercati finanziari. Il sostantivo "ripresa" non si sa bene a cosa si riferisca, visto che il Pil greco rimane del 20% inferiore rispetto a quello del 2010, il debito pubblico nel primo trimestre del 2018 ha toccato il 180% del Pil, e il governo greco si è impegnato a ottenere un surplus primario (differenza fra tasse e spesa pubblica al netto degli interessi) pari al 3.5% del Pil fino al 2022, per poi scendere al 2.2%. Moscovici, infine, con riferimento al programma di distruzione sistematica dello stato sociale, adotta il sempre verde eufemismo che viaggia sulla bocca di molti rigoristi: parla di “riforme”, concetto che richiama alla memoria il peccato originale greco, che è eretto a monito per tutti i paesi della periferia della zona euro. Le riforme sarebbero state la cura necessaria per evitare il default e l'uscita dall'euro della Grecia, evento che avrebbe arrecato danni ben peggiori (tutti danni non dimostrati e non dimostrabili, poiché e finché la Grecia resta, per usare le parole di Macron, sotto la “protezione” dell’euro). Il presupposto per l’esistenza e per l’accettazione della severa cura a base di “riforme” a cui la Grecia è stata sottoposta è, ancora oggi come nel 2011, l’idea che la responsabilità del disastro greco vada attribuita a una classe dirigente nazionale che a forza di politiche dissennate, interessi personali e trucchi contabili ha portato la Grecia sull’orlo del fallimento. La Grecia, grazie alle riforme, avrebbe fatto qualche passo avanti verso l’assimilazione di quella cultura della stabilità che tanto generosamente la Germania ha accettato di diffondere al resto d'Europa. Siamo sempre a questa versione, dieci anni dopo la crisi del 2008, ma è una versione che sempre più scricchiola e sempre meno viene creduta.

Mentre nei salotti delle istituzioni europee non si risparmiano le pacche sulle spalle reciproche per l’uscita della Grecia dai memorandum, in questi giorni è stato diffuso un rapporto del Consiglio d’Europa che mette in luce come in Grecia, vista da una prospettiva solo leggermente più ampia dall’angolo acuto attraverso cui i creditori internazionali osservano il mondo, tutto si può pensare fuorché che si sia raggiunta una situazione di stabilità o di sostenibilità (per non parlare della democrazia e dell’equità).

Da una sintesi dell'Huffington post: «il numero dei senzatetto è quadruplicato, passando da 11mila a 40mila; i furti di elettricità da parte di cittadini impossibilitati a pagare le bollette sono aumentati di quasi il 1000% dal 2008 al 2016; il sistema sanitario greco è gravemente sottofinanziato, con una spesa sanitaria pubblica di circa il 5,2% del PIL, molto inferiore alla media UE del 7,5%; più della metà dei greci nel 2017 soffriva di problemi di salute mentale, con stress, insicurezza e delusione tra le cause più citate; i suicidi sono aumentati del 40% tra il 2010 e il 2015, con la mortalità per suicidio arrivata al tasso medio annuo del 7,8%, rispetto all'1,6% prima della crisi; il finanziamento degli ospedali pubblici è diminuito più della metà dal 2009 al 2015.» La salute mentale dei cittadini greci è «notevolmente deteriorata, con la depressione particolarmente diffusa a causa della crisi economica….Di conseguenza, la maggior parte degli ospedali psichiatrici è sovraffollata, il che contribuisce al deterioramento delle condizioni all'interno di queste strutture».

La distruzione del tessuto sociale greco passa anche attraverso la “riforma” (possiamo chiamarla così?) del corpo delle donne. La Grecia con una legge del 2014 si è trasformata nell’eldorado dell’utero in affitto. «La madre che porta in grembo il bambino non ha nessun diritto su di esso, che viene affidato d’ufficio alla madre genetica o richiedente. I prezzi, nel paese in piena crisi economica, sono molto attraenti: costa appena 30 mila euro (contro i circa 100 mila degli Stati Uniti).» Importo che corrisponde al costo per gli “affittuari”, mentre alla madre surrogata spetta un compenso massimo di 10mila euro. Tanto basta, in condizioni di disperazione, per fare aumentare il business dell’utero in affitto, e in un paese con un sistema sanitario allo sfascio e una disoccupazione devastante, le cliniche specializzate in questa forma di prostituzione 4.0 hanno lunghe liste d’attesa.


Revisioni interne al pensiero economico dominante

Si può dubitare che qualcuno creda ancora che questa somministrazione di sacrifici sociali sia un male necessario, come sosteneva con forza la Troika, per curare il paese dal suo peccato originale (la cattiva amministrazione), visto che le stesse istituzioni che si sono erette a medici curanti hanno nel tempo lasciato intravvedere diverse increspature in quella che inizialmente appariva come una fede incrollabile in una teoria economica scientificamente inattaccabile.

Un audit interno al Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha accusato il board del Fondo di essere stato vulnerabile alle pressioni politiche, di avere appoggiato la BCE nella sua decisione di non ristrutturare il debito greco, da cui sono conseguite le pesanti misure di austerità, senza avere adeguatamente analizzato i rischi che questi comportavano per l’intera area euro, oltre che per l’economia greca. Il FMI nel corso degli anni si è progressivamente defilato dalle politiche di rigore estremo imposte alla Grecia, che aveva inizialmente appoggiato, e in particolare ha rivisto i calcoli sul moltiplicatore fiscale (...), fino ad ammettere che i valori stimati all’origine, quelli che implicavano un effetto trascurabile delle politiche di austerità, erano irrealistici. Ancora oggi, a memorandum conclusi, il FMI assume una posizione più defilata e moderata rispetto alle istituzioni europee, e avverte gli altri componenti della ex Trojka (Commissione Europea e BCE) che in realtà il debito greco rischia di non essere per nulla sostenibile (...).

Ma il FMI non è l’unico a lasciare intravvedere ripensamenti della vecchia linea rigorista. La stessa BCE ha recentemente pubblicato uno studio in cui si legge esplicitamente che i moltiplicatori ottimistici vicini allo zero adottati all’inizio della cura dell’austerità erano non solo disallineati rispetto alla realtà, come ormai pare ovvio anche ai sassi, ma anche disallineati rispetto ai valori che gli esperti in materia consideravano plausibili. In altri termini, un moltiplicatore fiscale pari a zero, da qualunque punto di vista lo si guardi, è un valore falso e arbitrario adottato con un preciso scopo politico, quello di imporre misure decise a priori finalizzate all’erosione dell’apparato statale e ridistribuivo, senza uno straccio di analisi plausibile a supporto. La BCE, all’epoca appoggiata dal FMI, si è schierata a difesa dei creditori nel loro esclusivo interesse, e a questo scopo ha prodotto previsioni e analisi economiche che erano veri e propri fake sistematicamente smentiti dall’evidenza empirica. Chi bacchettava i greci per aver truccato i conti nazionali, produceva analisi truccate per vendere una cura che avrebbe inferto al malato un colpo fatale.

Ma non è soltanto all’interno delle istituzioni protagoniste dei memorandum che si vedono le increspature del pensiero. In realtà l’intero sistema teorico che giustificava senza ombra di dubbio l’applicazione di misure di austerità e che vedeva nel debito pubblico la causa prima di tutti i mali economici è stato messo in crisi in primo luogo, e in diversi aspetti, dalla stessa evidenza empirica. Un esempio plateale è quello dello studio di Reinhard e Rogoff, il quale pretendeva di affermare la regolarità empirica secondo cui un debito pubblico superiore al 90% del Pil inibirebbe la crescita economica. Questo studio, ampiamente citato a giustificazione delle politiche di austerità, fu pubblicamente smentito nel 2013 da tre economisti che mostrarono come gli autori avessero “sbagliato i calcoli” (nell’ipotesi benevolente che di errore inconsapevole si trattasse). Stessa accusa è stata rivolta ad analoghi studi (come quello di Alesina e Ardagna) che sostanzialmente giustificavano l’austerità e negavano fermamente l’efficacia di politiche espansive di ispirazione kenesiana. Le diagnosi dominanti in ambito accademico e istituzionale, nel corso degli anni hanno visto revisioni non indifferenti, per quanto bene attente a non mettere in discussione l’intero edificio teorico su cui poggiano. Mentre nel 2010 gli economisti mainstream erano fermamente convinti che il problema greco, e di molti altri paesi europei, tra cui l’Italia, fosse l’eccesso di debito pubblico, negli anni successivi questa tesi è stata modificata, fino a convergere verso una nuova diagnosi “consensuale”, formalizzata in un articolo sottoscritto da diversi autori nel 2015, secondo cui il debito sovrano non è la causa prima dei problemi della zona euro: la causa invece va ricercata nelle disfunzioni dell’architettura istituzionale della zona euro, nel sistema bancario continentale e negli ingenti flussi di capitale privati che hanno determinato squilibri settoriali. - Aggiungere dettagli critici [Storm]

In breve, a credere che il debito pubblico sia la madre di tutti i problemi sono rimasti pochi talebani dell’economia, tra cui annoveriamo i membri della Commissione Europea, qualche economista tedesco inquieto portavoce dei creditori, come Sinn, e pochi altri di spessore riconoscibile. Addirittura abbiamo assistito con piacere anche a prese di distanza in forte polemica con il mainstream economico provenienti non dalle file degli economisti critici e apertamente eterodossi - che nelle alte sfere non ascolta nessuno - ma dalle grandi istituzioni protagoniste della gestione della crisi, come l’ex governatore della Bank of England Mervin King, o dalle cattedrali del sapere accademico, come il neo premio nobel Paul Romer.

Per inciso, ci sarebbe da interrogarsi, in questo conteso di revisione strisciante delle idee forti che hanno giustificato la politica prociclica di una decina di anni fa, sul mistero degli analisti italiani. Per qualche inspiegabile ragione, ce ne sono ancora tanti che, nonostante le sofferenze del loro paese siano per molti aspetti assimilabili a quelle greche, rinnovano quotidianamente il loro appello in favore di politiche rigoriste filoausteritarie e, soprattuto, si ostinano ad appoggiarsi a quelle analisi debitocentriche che la stragrande maggioranza dei loro colleghi d’oltralpe ha silenziosamente ammorbidito da qualche anno, e che peraltro troverebbero almeno una giustificazione politica - in mancanza di una scientifica - in un paese nella posizione della Germania, non certo in uno nella posizione dell’Italia. Ma tant’è, il nostro è un paese di originali, e questa visione da complessati di periferia gode ancora di ottima salute e massima visibilità nei mass media italiani, con evidenti casi estremi di docenti di economia che ormai pernottano negli edifici di RAI e La7, sequestrati all’affetto dei loro cari.


Domande aperte

Il caso greco è per molti lo specchio del fallimento delle politiche di austerità nell’eurozona, e nonostante alcuni si affannino a citare controesempi di apparente successo come il Portogallo e la Spagna - che in realtà hanno beneficiato di politiche espansive grazie alla benevolente e non disinteressata distrazione dei custodi del rigore (in primo luogo il severo ministro economico tedesco Schäuble) - sempre meno commentatori riescono oggi ad affermare che l’austerità sia in generale la cura corretta.

E’ innegabile che all’interno del blocco largamente maggioritario degli economisti del new consensus ci sia una qualche maretta. Come è naturale che sia, non è un blocco monolitico ed esistono al suo interno diverse sensibilità, alcune delle quali invocano una revisione e un ripensamento delle analisi che hanno condotto a rimedi controproducenti. Il ripensamento però non arriva ad ammettere apertamente che il paradigma teorico che si è utilizzato per analizzare il caso greco (e i casi degli altri paesi) abbia qualcosa di sbagliato nelle sue fondamenta. Si preferisce parlare di stime sbagliate, o di interferenze politiche, non di inadeguatezza della teoria utilizzata. Le critiche si limitano tendenzialmente alla superficie del corpus analitico, a correggere gli errori di calcolo, a perfezionare i modelli esistenti in direzione di un maggiore realismo, non a mettere in discussione le fondamenta metodologiche dell’intero paradigma dominante nelle istituzioni e nel mondo accademico. L’insieme di principi assiomatici che inducono a concludere che, in assenza di rigidità e imperfezioni, il mercato condurrebbe al migliore dei mondi possibili non è sottoposto a revisione alcuna. Nel processo di revisione, è possibile ogni tanto notare che qualche idea eretica riesce a passare la barriera della sordità (per esempio, nel corso dell’ultimo decennio diversi economisti si sono messi a blaterare di Minsky moment senza nemmeno sapere di che cosa stessero parlando). La permeabilità alle idee un po’ sexy e non familiari non va confusa con una vera apertura al pensiero eterodosso. Gli economisti che hanno sempre promosso analisi fondate su paradigmi alternativi, di ispirazione keynesiana, cartalista, marxista, istituzionalista, ecologista, ecc. sono ancora tenuti ai margini dei processi di selezione delle persone titolate per fare i “consiglieri del Principe”, e se provano a rivendicare le proprie ragioni, o semplicemente il diritto all’esistenza, vengono apertamente accusati di oscurantismo e negazionismo.

La crisi economica, la stagnazione successiva e il fallimento delle politiche di austerità non sono state sufficienti ad aprire le cattedrali del pensiero economico a un maggior relativismo culturale (che per Tirole, autoritario premio nobel francese, è l’anticamera dell’oscurantismo). Forse questa chiusura è dovuta a una malintesa visione della scienza, o a un’ingenua definizione di metodo scientifico, o semplicemente al fatto che riconoscere che altri possano avere ragione, e possano addirittura averla sempre avuta, mette ansia. Oppure per ragioni meno nobili: riconoscere un fallimento significa spesso perdere il proprio posto di lavoro. Come i Greci sanno bene.



Il processo di assimilazione delle idee ribelli

Il caso greco è dunque l’emblema del fallimento delle politiche di austerità nell’eurozona, e nonostante molti si affannino a citare esempi di apparente successo come il Portogallo e la Spagna - che in realtà hanno beneficiato di politiche espansive grazie alla benevolente e non disinteressata distrazione dei custodi del rigore (in primo luogo il severo ministro economico tedesco Schäuble) - sempre meno commentatori riescono oggi ad affermare che l’austerità è in generale la cura corretta.

A questo proposito, vale la pena riflettere sul meccanismo con cui le idee, cioè la diagnosi della cause della crisi, si sono modificate nel corso dell’ultimo decennio. Innanzitutto si può osservare, alla luce delle incrinature accennate sopra, come il pensiero economico che spesso viene chiamato ‘mainstream’ non è un blocco monolitico, tanto da indurre alcuni a sostenere che non esiste un paradigma dominante in economia, ma una genuina varietà di teorie e visioni in competizione tra loro. La prova sarebbe il fatto che tra i vari economisti, sia in accademia che nelle istituzioni, esistono opinioni anche radicalmente opposte (si pensi anche alle posizioni fortemente critiche dell’austerità e dell’euro di Krugman e Stiglitz). Se però, anziché distinguere le diverse posizioni sulla base delle conclusioni (sulla politica economica), ci concentriamo sull’osservazione delle fondamenta del pensiero su cui queste conclusioni vengono costruite, possiamo osservare che le differenze si riducono notevolmente.

Nella narrazione consensuale della crisi affermatasi negli ultimi anni a livello di ‘esperti in materia’ (nei mass media, però, non si direbbe), si abbandona l’idea che la madre di tutti i problemi sia l’insostenibilità del debito pubblico, si riconosce che c’è un problema nel sistema di regolazione dell’economia dell’eurozona (che ha funzionato come un amplificatore della crisi). Tuttavia, non viene abbandonata l’idea che il problema delle economie in crisi sia fondamentalmente connesso con la presenza di rigidità che impediscono al mercato di raggiungere l’equilibrio ottimo, caratterizzato da piena occupazione e crescita economica pari al potenziale. Come correttamente suggerisce Storm, difficilmente viene abbandonata l’idea che il problema delle economie in crisi sia un problema delle economie in crisi: si tende sempre all’affermazione che qualcosa non funziona in Grecia, non in Germania.

Gli squilibri fra paesi, secondo la consensus view, sarebbero eliminati se potessimo ottenere una perfetta flessibilità dei salari e dei prezzi. La tentazione di scaricare i problemi della scarsa domanda aggregata sulle spalle del mondo del lavoro, con riforme che indeboliscono il potere contrattuale dei lavoratori, oppure con riforme del regime pensionistico, è una tipica coazione a ripetere del pensiero economico mainstream, radicata nel profondo. Da questa visione consegue che un deprezzamento del cambio nominale sarebbe sì auspicabile, in Grecia come in Italia, ma solo perché non è possibile ottenere un deprezzamento fluido, immediato e indolore dei salari e dei prezzi. Il sistema a moneta unica funzionerebbe benone se il mercato del lavoro funzionasse come un mercato da manuale standard di economia. Come se abbassare i salari alla fine non fosse concausa della scarsa domanda interna e della stagnazione della produzione.

Se poi guardiamo alle questioni monetarie, il problema del sistema bancario e finanziario è spesso interpretato dalla consensus view, ancora una volta, come un problema di mercato inefficiente. Se avessimo banche più concorrenziali, meno collegate con i governi nazionali e magari più piccole, e se gran parte della ‘raccolta di capitale’ fosse affidata ad operatori non bancari, il mercato finanziario presumibilmente incrementerebbe la sua capacita allocativa su scala globale e la sua capacità di trovare i prezzi corretti per le attività finanziarie che vengono scambiate. Anche questa interpretazione del mercato finanziario, come quella del mercato del lavoro, riduce l’analisi macroeconomica a un problema di rigidità microeconomiche che impediscono a singoli mercati di fare incontrare domanda e offerta. In particolare, sui temi monetari, è difficilissimo sradicare la loanable fund theory, di cui è pervaso l’intero sistema di pensiero mainstream (e da cui non si smarcano nemmeno Krugman e Stiglitz). Si tratta della teoria secondo cui le banche non creano credito (e contestualmente depositi) dal nulla, come in realtà fanno, ma ‘raccolgono capitale’ dal risparmio accumulato disponibile nell’economia, e lo redistribuiscono verso impieghi con caratteristiche alternative di rendimento e rischio. Questa visione non consente una lettura lucida del meccanismo di funzionamento del sistema monetario. Negli anni precedenti la crisi del 2008, in cui il volume di debiti privati aumentava a ritmi impressionanti su scala continentale, gli economisti di scuola mainstream, con pochissime eccezioni, non hanno ravvisato segnali di allarme, dominati com’erano dall’idea che le banche e gli istituti finanziari in fondo non fanno altro che reinvestire il risparmio accumulato in passato. Applaudivano paesi come la Spagna che riduceva il suo debito pubblico, mentre il fatto che contestualmente i debiti privati esplodessero non è stato rilevato come fatto degno di nota. Negli anni successivi alla crisi, in molti hanno prestato fede nel quantitative easing della BCE come strumento per iniettare fondi liquidi per aumentare la capacità di credito del sistema bancario, ignorando il fatto che le banche non hanno bisogno di alcuna raccolta prioritaria di fondi per creare credito, quanto piuttosto di avere fiducia nel potenziale debitore, e in un contesto macroeconomico in cui tutti i potenziali debitori desiderano ridurre i debiti o addirittura falliscono è davvero difficile trovare clienti. Se in più le politiche di austerità impediscono anche ai governi di farsi debitori in misura adeguata, e per di più stigmatizzano i governi che provano ad aumentare il deficit in funzione anticiclica, si arriva al classico gatto che si morde la coda: se sei un debitore affidabile ti concedo un credito, ma se aumenti il tuo debito non sei affidabile. La BCE può pompare quello che vuole, ma l’unico effetto è di sostituire attività finanziarie contro altre, mentre il gatto continua a girare.

La revisione delle idee a cui abbiamo assistito negli anni della crisi non ha dunque coinvolto i fondamenti del pensiero mainstream. Tuttavia, va detto, una qualche forma di revisione lumacheggiante (sluggish) c’è stata, come quella che abbiamo parzialmente descritto sopra. Somiglia in molti aspetti a quell’assimilazione delle idee critiche che è stata compiuta negli anni successivi alla pubblicazione della General Theory di Keynes. Un trattato del 1936 che, pur con alcune ambiguità, intendeva rompere con una tradizione di pensiero, è stato da quest’ultima reinterpretato, modellizzato, e in definitiva metabolizzato nel corso degli anni in modo da poterlo rendere compatibile con la tradizione che intendeva demolire. I neokeynesiani americani hanno lavorato di cesello sulla microfondazione dei pezzi non microfondabili della teoria di Keynes, fino a rendere possibile questa operazione. Oggi ciò che di Keynes è riuscito a entrare nei manuali di macroeconomia mette abbastanza tristezza. E si può considerare anche un autore fortunato: altri economisti critici, come Marx o Sraffa, che pure sarebbero utili a individuare le nubi di ieri sul nostro domani odierno, sono stati semplicemente ignorati. Durante il decennio 2008-2018, si è vista più o meno mettere in opera una strategia simile di metabolizzazione del pensiero critico. Le critiche alla frenesia austeritaria di cui la Grecia è stata la vittima principale sono state in qualche modo ascoltate, ma più dal punto di vista della loro sintonia con il buon senso, con l’evidenza empirica e con le esigenze pratiche. Dal punto di vista strettamente teorico e metodologico, cioè per quegli aspetti che vanno a intaccare i fondamenti stessi di un paradigma scientifico, le idee radicalmente alternative non sembra che abbiano fatto breccia.

Lo stato della battaglia delle idee

C’è chi pensa che l’ancien regime sia sul punto di crollare, che ormai il re è nudo, che le idee nuove siano pronte a farsi, loro, mainstream, soppiantando quelle vecchie. Forse è così, sicuramente le idee alternative in economia sono più chiare, più diffuse e più fiere e agguerrite di dieci anni fa. Quello che si può dire con sicurezza è che c’è una battaglia ancora in corso, e presenta tutte le caratteristiche di una battaglia per la conquista delle istituzioni preposte alla produzione e all’elaborazione del sapere scientifico. Il paese dove lo scontro delle idee si è fatto recentemente più esplicito e diretto, è probabilmente la Francia (come da tradizione!). In Francia, gli economisti critici hanno cercato di fare pressione sull'ex presidente Hollande per creare un settore scientifico disciplinare distinto e autonomo da quello degli economisti mainstream. Da questa iniziativa è sorto un feroce dibattito a base di pamphlet e trattati, accuse e contraccuse. Nel 2016 è uscito il libro di Pierre Cahuc et André Zylberberg, Le négationnisme économique, che accusava gli eterodossi, soprattutto il gruppo che ruota intorno agli Économistes atterrés, di essere dei "ciarlatani" perché rifiutavano di sottomettersi ai metodi d'indagine codificati e generalmente accettati dall'economia mainstream. Il carico da undici che ha sostanzialmente fermato il presidente da qualsiasi iniziativa di creazione di un settore scientifico disciplinare autonomo è stato messo dall’economista Jean Tirole, premio Nobel, ça va sens dire, che ha scritto una lettera al ministro de “l’Éducation nationale” in cui accusava apertamente gli economisti critici di “oscurantismo” e di promuovere il “relativismo delle conoscenze”. In Italia lo scontro è più opaco e serpeggiante. Al momento, l’insegnamento delle teorie economiche eterodosse è stato sostanzialmente bandito dai corsi universitari di base e, a livello di reclutamento, i metodi di selezione dei ricercatori meritevoli, centralizzati nei criteri ANVUR, sanciscono la definitiva sottomissione alle tecniche, ai metodi, ai contenuti e alle riviste che segnano la strada del pensiero economico mainstream. Il risultato è che in Italia, dove abbiamo una gloriosissima tradizione di economia critica, ci troviamo in ritardo rispetto alle novità che ci giungono dai paesi anglosassoni, dove la teoria critica è cresciuta negli ultimi vent’anni nutrendosi per altro di importanti contributi italiani del passato.

Si può anche dire che è una battaglia impari, una lotta di Davide contro Golia. E si può anche dire che Golia ha un formidabile apparato digerente, puoi fargli ingerire qualsiasi cosa, il suo stomaco è in grado, con pazienza, di macinare tutto. E’ presumibile che le idee, da sole, non basteranno ad abbatterlo.


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