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L’ipocrisia sui vecchi

La compassione che molti dimostrano verso i vecchi che in questa pandemia si trovano più di altri a dover subire il rischio di morire a causa virus è, senza dubbio alcuno, cosa giusta. In tanti, in questi mesi di emergenza pandemica, hanno sottolineato la tragedia di cui sono state vittima molte persone molto anziane spesso abbandonate da sole a combattere, ad armi impari contro un nemico invisibile ma potentissimo come il Covid-19. Molte sono state le vittime e a nulla serve sottolineare la presenza in queste persone di più patologie che il virus ha di fatto esplodere conducendoli alla morte. E’ quindi innegabile il dolore che hanno subito ed hanno prodotto anche nei loro familiari.

Tutto questo però ha svelato l’ipocrisia che è sottesa a questa improvvisa attenzione ai vecchi.

Accadeva nel passato, almeno fino agli anni ’70 del secolo scorso che gli anziani e i vecchi fossero ritenuti, dai più, portatori di saggezza in grado, grazie alle loro esperienze di vita, di fornire vantaggiosi consigli ai più giovani, che si rivolgevano a loro per avere una guida o anche solo un consiglio. Da tempo, invece, triste a dirsi, non è più così.

La saggezza dei vecchi non viene più presa in considerazione e molti di essi vivono in una condizione di solitudine e di emarginazione anche quando, e talvolta capita, sono assieme ai loro cari; sono visti come soggetti non più produttivi, perché non più in grado di svolgere un lavoro utile alla società. Soggetti deboli che, necessitando di continua assistenza, diventano q un peso di cui i figli devono farsi carico. Il vecchio resta una risorsa utile solo se è utile ai famigliari per il suo reddito, altrimenti viene spesso scaricato con decisione. Sono sempre di più, infatti, le famiglie che decidono di far vivere i propri cari, divenuti vecchi, nelle cosiddette case di riposo, dove nella maggior parte dei casi si accelera la propria condizione di solitudine, ancorché vengano, e non sempre succede, gestiti con umanità.

Non secondario poi in questo quadro il fatto che contribuisce alla perdita di ruolo del vecchio attraverso l’uso delle tecnologie digitali, che vedono addirittura i bambini essere oggi , come è naturale, ben più esperti degli anziani nell’utilizzo di queste vere e proprie protesi che fanno in modo di considerare i vecchi come degli “imbecilli”. Certamente vi sono pure esempi di resilienza a questi cambiamenti da parte dei vecchi ma riguardano soprattutto quella fascia di popolazione anziana benestante o comunque adusa all’uso di strumentazione tecnologica, per pratica di lavoro o per studio. Ma la gran parte resta ancora esclusa da questa opportunità, almeno per gli appartenenti alle generazioni nate fino alla metà del XX secolo. .

La riflessione che faccio, parte dalla stridente contraddizione tra l’improvvisa attenzione verso questa figura, che pare dominare il pensiero di tanti compresa la quasi totalità dei media se non per l’appunto a esempi compassionevoli, e la realtà che vive i vecchi come un peso sociale, o persino per le istituzioni come mero costo da inserire nelle passività del bilancio pubblico sempre più insopportabile. Non è inusuale sentire i nostri rappresentanti politici e istituzionali, gli economisti e le autorità della pubblica amministrazione raccontarci l’incidenza spropositata degli assegni pensionistici, delle invalidità e della spesa pubblica sanitaria sul debito pubblico, che viene detto peserà sulle future generazioni. Come se gli attuali vecchi e anziani non abbiano contribuito col loro lavoro e la loro intelligenza nella stragrande maggioranza dei casi a creare quella ricchezza che oggi tanti di noi godiamo, la ricchezza mobiliare e immobiliare, e tutti quei diritti sociali e civili ottenuti grazie al loro impegno e sacrificio, e che oggi a causa di una scellerata politica economica stanno lentamente per essere erosi e sostituiti da una progressiva precarietà e impoverimento.

Del resto la filosofia che sottesa alle politiche austeritarie del bilancio dello stato e l’identificazione del debito pubblico come “colpa da espiare” porta in tutta evidenza a considerare la vecchiaia come un costo enorme in termini di pensioni da pagare, di sanità pubblica da garantire, di servizi pubblici da organizzare e un peso per i figli in termini di attenzioni quotidiane da dedicare, di reddito da spendere, di spazi da condividere. Insomma essere vecchi oggi è divenuta una fase della vita di cui quasi sentirsi colpevoli.

Per questo trovo alquanto stucchevole l’ipocrisia che circola ampiamente in questi tempi di paura e di finta compassione.

Spero che la riflessione possa essere utile sia alla politica e alle istituzioni affinché riprendano a considerare la vecchiaia come una fase della vita da rispettare e a cui ristabilire un ruolo, e non un costo. E alle persone più giovani, i figli e le figlie, e in particolare a quelli oggi impauriti e afflitti dal terrore di perdere i propri vecchi, affinché riconsiderino la loro opinione sui loro congiunti più anziani, non considerandoli più come dei pesi da sopportare.

La crisi pandemica offre un opportunità per riconsiderare la politica, l’economia e la cultura di questo sistema sociale rendendole funzionali solo ai veri bisogni dei cittadini e non ai freddi e disumani interessi dei fatidici mercati.

E non sembri davvero una questione inopportuna perché è proprio da qui che si deve cominciare a pensare una economia umanistica che , sulla base del dettato costituzionale ( la nostra Costituzione del 1948 fu pensata dai nostri padri e madri costituenti proprio per questo e non per altro ), operi per il benessere di tutti, dai neonati ai vecchi e che la cultura della società civile torni a dare risposte umanistiche anche al bisogno dei vecchi non solo quando ci hanno lasciati.

Altrimenti resterà solo inutile e persino blasfema ipocrisia.

8 dicembre 2020 Vitaliano Serra


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