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La rivoluzione italiana. Tra presente e ucronia.

“La storia inizia nel 2010. Affiliati a cosche mafiose, soubrettes e faccendieri erano stati ammessi nelle istituzioni più alte dello stato. Accumulavano prestigio e denaro, tra sorrisi compiaciuti e pacche sulle spalle. La politica italiana non era mai stata così grossolana e rapace. La situazione era andata ben oltre il tollerabile. La narrazione parte da qui, e ci conduce attraverso le fasi di una metamorfosi sociale, in un dialogo continuo tra finzione e fatti realmente accaduti. Quali sono le leve che fanno scattare una rivoluzione nazionale? Cosa succederebbe se…? Intorno a queste domande e ipotesi si è formato il nucleo iniziale di questo libro.”


Rivoluzione italiana, 2010-2022: cronaca di un paese in rivolta, romanzo di esordio di Stefano Castellani, è un esempio ben riuscito di ucronia, ossia un genere letterario che sconvolge la regola base della storiografia per cui la storia non si fa né coi se né coi ma. L’ucronia, a mio parere, è un buon esercizio per ricordarci che la storia trae forza anche da scelte che ci possono sembrare laterali ma che infine, accumulandosi, creano un effetto domino e costituiscono fenomeni storici. Grazie a ciò si riesce a sventare la narrazione vigente dello slogan there is no alternative, condito e variegato in tutte le salse immaginabili, poiché ci permette di pensare come agente attivo della storia. Da questo punto di vista la citazione di Gaetano Salvemini all’interno del libro può esserci d'aiuto:


“Tra i fattori dell’avvenire esiste anche la nostra volontà, la nostra azione, la nostra testardaggine. Ciascuno di noi troverà nell’avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso. E forse combinazioni di forze impensate moltiplicheranno fino a proporzioni incalcolabili quel tanto che ciascuno di noi avrà contribuito al processo della storia. Solo chi si arrende ai fatti compiuti non vi troverà nulla, perché non vi avrà messo nulla.”[1]


La narrazione, come sottolinea lo scrittore all’inizio, è liberamente ispirata a contesti reali e possiamo, quasi con assoluta certezza, supporre che ci troviamo durante il terzo mandato presidenziale di Silvio Berlusconi.

Nel romanzo si parla di alcune inchieste di giovani giornalisti sugli accordi di palazzo fra classe politica e mafiosi e di due successivi omicidi a sfondo politico, riconducibili a lupi solitari, rivendicati come atti di giustizia attraverso un manifesto, firmato Cittadinanza armata, definito come un raggruppamento pseudo rivoluzionario non dotato di leader.


È a questo punto che scoppia una rivolta.


Tumulti nelle strade, inedia, violenza estrema ma soprattutto l’aiuto di un esercito con ideali risorgimentali attueranno una vera e propria rivoluzione, non solo politica ma sociale e culturale.


Ti intriga, lo compri e mentre divori il libro di Castellani la testa si affolla di domande ormai sepolte: nel 2010 una rivolta era possibile? Oggi invece? Quali sono i miei alleati? L’autore è uno fra questi? I metodi sarebbero nuovi? La rivoluzione dunque non è quindi un mito nostalgico rilegato al ‘900?

A questo punto vuoi conoscere l’autore perché ti sembra sia in grado di risolvere i tuoi dilemmi e possa essere un buon alleato politico, tuttavia una grande incognita rimane: combatterebbe per gli stessi ideali per cui mi sono battuta e in cui continuo a credere? La risposta si può trovare solo andando a intervistarlo e quando accade scoprite, pur essendovi arricchita di una chiacchierata con una persona intellettualmente sveglia e volenterosa di dialogo, di avere idee divergenti su temi cruciali come l’Europa, la gestione pandemica e il reddito di cittadinanza. Ti senti di nuovo sola, pensi forse di essere tu quella sbagliata ma poi ci pensi, ripensi e ti ricordi la frase di un tuo professore del liceo che sottolineava come in un romanzo non bisogna scambiare autore e opera sebbene questi siano indissolubili, ed eppure non sovrapponibili. L’autore, e quindi la sua opera, è inserito strutturalmente in un contesto, ma il suo lavoro, a differenza dell’autore, si innalza e parla ai più, anche a coloro i quali non ne erano i diretti destinatari. Proprio per questo continuiamo a leggere romanzi di autori con idee politiche contrastanti dalle nostre: D’Annunzio, Celine, Pound ne sono un esempio eclatante.


Per questo motivo, mi sento di consigliarvi il libro La rivoluzione italiana, per la sua capacità di stuzzicare e rintuzzare l’intraprendenza dei lettori nell' iniziare o continuare una lotta per un mondo più giusto grazie a un rinnovato spirito risorgimentale per cui nondobbiamo considerarci solo pezzi carne che nascono, consumano e muoiono, bensì qualcosa di più, che può essere chiamato come ognuno preferisce, che si nutre di ideali, strategie e volontà di agire.


L’intervista che qui riporto è una sintesi della conversazione con Stefano Castellani in cui cerco di focalizzarmi proprio su questo spirito di rivalsa che la narrativa porta a un alto grado di profondità. A mio parere da questa intervista si ricava, inoltre, un’idea che è essa stessa la precondizione di esistenza per la politica: nonostante le idee possano essere differenti, il dibattito politico non è scomparso ma soprattutto che la narrazione dominante ha molte crepe e da queste dobbiamo partire proprio per sviluppare pensieri alternativi. Dopo questo lungo preambolo, ecco a voi l’intervista:


Qual è stata la spinta che ti ha portato a scrivere un libro su una rivoluzione?


Un insieme di più fattori. Intanto fin da ragazzo sono sempre stato incuriosito, affascinato dalla storia delle rivoluzioni. Ho letto molti saggi e biografie ambientati proprio in quei momenti della storia nei quali alcuni uomini si fanno interpreti di un cambiamento radicale, spesso a costo della vita o della libertà. Sono storie umane splendide e durissime, e anche processi di evoluzione sociale unici per importanza e complessità. Questa passione mi ha portato ad approfondire soprattutto il risorgimento italiano, ma penso di aver studiato tutte le rivoluzioni del mondo, non ce ne sono state poi così tante. L’altro elemento che ha generato il libro sono state alcune inchieste di Report negli anni 2007-2010, quelle che si occupavano dei protagonisti della politica di quegli anni e di come esercitavano le loro funzioni pubbliche e private. Era davvero difficile assistere a quelle puntate senza contorcersi sulla sedia e senza provare un impulso violento alla ribellione. Quelle inchieste purtroppo erano una fotografia lucida, documentata, devastante del nostro paese. Per anni non riuscivo davvero a rassegnarmi di come potevamo accettare una situazione simile. Questa rabbia, unita anche all’amore per il mio paese, hanno fatto il resto.


La rivoluzione a cui fai riferimento è di stampo militare e nel nostro paese ciò strizza l’occhio a eventi ben delineati in un settore di estrema destra, come in altri paesi non è stato.


Mi rendo conto che alcuni aspetti del libro possano generare quell’equivoco. In realtà la destra o la sinistra non hanno alcun ruolo. La rivoluzione che ho messo in scena, non è scatenata da una parte del corpo sociale contro un'altra parte: per esempio militari contro politici; oppure proletari contro borghesi. Sarebbe stata una soluzione sterile e semplicistica. La rivoluzione che mi interessa è generata da coloro che vogliono vivere in un paese normale, funzionale. Ho messo in scena il punto rottura nel quale, dall’interno dei vari settori della società, chi ha in mente un’Italia sana si ribella. Ho scelto di far progredire la storia su tre filoni narrativi proprio per questo motivo. L’anima dell’esercito rivoluzionario è Giuseppe Garibaldi, che nel libro è il capo di stato maggiore (Giuseppe Pane era il nome realmente usato dall’eroe quando doveva vivere in incognito). Anche gli altri ufficiali sono noti generali garibaldini. Si può dire che l’esercito che combatte nel mio romanzo è un’iniezione di spirito risorgimentale fatta all’Italia moribonda, svalorata e sciattona del 2010.


Come scrivi esplicitamente nel libro la rivoluzione che hai pensato ha un carattere individualistico ossia non si parte da sommosse popolari ma da azioni di lupi solitari che a catena fanno esplodere le risposte delle masse.


La qualità della narrazione è data anche dall’aderenza alla realtà. In quanto opera narrativa, deve essere plausibile. L’individualismo degli italiani è un dato di fatto. Si trattava di far funzionare questa caratteristica all’interno di un processo organico di rivolta sociale.


Il personaggio di Ettore, colui che inizia la rivoluzione, a chi è ispirato?


E’ il personaggio più autobiografico, ma l’ho arricchito ispirandomi ad Adriano Sofri.


Invece Paolo e Luca?


Paolo un trentenne che viene dal basso, tuttofare, risoluto. Luca è un giovane intellettuale, pulito e con grandi capacità comunicative. Entrambi avranno ruoli chiave nello sviluppo della storia.


Ci sono dei personaggi a cui sei particolarmente affezionato?


E’ una storia articolata, ci sono molti personaggi. Posso dirti però che mi piacciono i personaggi minori che popolano quel mondo, che occupano anche solo mezza pagina. Mi piace quando riesco a mettere in scena l’assurdità di alcune traiettorie di vita, o quando creo nel lettore una specie di corto circuito nel suo giudizio etico.


“La teoria è un modello della realtà, un mappamondo. La pratica invece è il pianeta terra”.

Questa frase del libro, che trovo molto azzeccata per il periodo che stiamo vivendo, nella pratica vuole portare all’azione?


E’ una frase che vuole mettere nella giusta proporzione i modelli teorici con la complessità del realtà, spesso sottovalutata. E’ un tema a cui tengo molto. Come scrive Umberto Eco nel ‘Pendolo di Focault’ “Per ogni problema complesso esiste sempre una soluzione semplice, ed è quella sbagliata.” Da qui la necessità di diffondere una maggiore abitudine a valutare meglio i problemi, i fenomeni, nel rispetto della loro complessità. In ambito politico, educare gli elettori e i futuri elettori ad un approccio più critico: un impegno tanto difficile quanto importante.


Cosa ti ha ispirato questa sorta di democrazia diretta a cui accenni nel libro?


Non vorrei anticipare troppo, nel rispetto di chi lo sta leggendo o lo leggerà. Posso dire di aver pensato ad un sistema nel quale i cittadini possano elaborare le leggi direttamente, senza il sistema dei partiti, ormai obsoleto. Il sistema dei partiti prevede che si affronti il problema dal punto di vista di un gruppo soltanto. La buona politica, le buone decisioni sono quelle che prendono in esame e mettono nel calcolo tutti. Gli spazi lasciati vuoti si trasformeranno prima o poi in problemi. Nel caos dei giochi politici, chi dovrebbe studiare delle misure difficili e importanti, dissipa tutte le energie a difendersi e a negoziare e perde totalmente il focus sul problema da risolvere. E’ un’attività incredibilmente difficile, che richiede silenzio, riflessione, non scontro e insulti. Vorrei che gli amministratori pubblici pensassero come medici. Un medico osserva un paziente come un organismo complesso al quale deve restituire una funzionalità normale. Non pensa al colore politico delle sue decisioni, non privilegia un organo su un altro.


Non ti sembra che ormai il mondo stia scivolando nelle mani di una ristrettissima oligarchia che va nella direzione opposta?


Su questo non sono così sicuro. Da quando esiste la società umana, esistono i gruppi egemoni. Non so quanto questo fenomeno sia modificabile. Forse, quello su cui possiamo e dobbiamo lavorare, è mettere al comando i più capaci. Per migliori intendo i più onesti, i più bravi, i più coraggiosi.. Le società dove si vive bene sono quelle nelle quali i ruoli di vertice sono ricoperti da persone che incarnano un modello positivo, società nelle quali i meccanismi di meritocrazia funzionano bene. E’ un pericolo per tutti quando avviene il contrario.


Intravedi antidoti o movimenti che stanno elaborando strategie per recuperare una sovranità popolare?


Dobbiamo stare attenti alle scorciatoie populiste secondo me. Spesso sono soluzioni semplicistiche che riscuotono un certo successo nell’elettorato, ma nel medio e lungo termine aggravano il problema invece di risolverlo. Occorrono soluzioni organiche di lungo respiro. Ma questa politica, tutta schiacciata sulla raccolta voti, non è nelle condizioni di elaborarle. Anche per questo vale la risposta precedente: dovrebbero comandare lo studio, la competenza, l’intelligenza, la cura, la responsabilità.


[1] Gaetano Salvemini -Dalla prefazione a Oggi in Spagna domani in Italia di Carlo Rosselli


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